(Marco Ceccarini) Livorno, 29 maggio 2026 – Nel 2026 la Toscana è chiamata a celebrare un anniversario di straordinario valore storico e civile: i 240 anni del Codice Leopoldino, la riforma con cui il Granducato guidato da Pietro Leopoldo di Lorena divenne il primo Stato al mondo ad abolire la pena di morte e la tortura. Un primato che non rappresenta soltanto una pagina importante della storia toscana, ma uno dei momenti più significativi nell’evoluzione del pensiero giuridico moderno a livello internazionale.

Quando il 30 novembre 1786 il granduca Pietro Leopoldo promulgò la nuova legislazione penale, l’Europa era ancora dominata da sistemi giudiziari fondati sulla repressione, sulla violenza delle pene e sulla tortura come sistema di punizione. La scelta compiuta in Toscana apparve rivoluzionaria: per la prima volta uno Stato affermava che la giustizia dovesse tutelare la dignità della persona e puntare alla riabilitazione del condannato piuttosto che alla sua eliminazione.

A 240 anni di distanza, quella decisione continua a rappresentare uno dei simboli più alti della tradizione riformista toscana. Una tradizione nata nel Settecento con l’Illuminismo e destinata a lasciare un’impronta profonda nella cultura politica italiana ed europea.

Il Codice Leopoldino non fu infatti un episodio isolato, ma il punto più avanzato di un vasto progetto di modernizzazione promosso da Pietro Leopoldo tra il 1765 e il 1790. In quegli anni il Granducato di Toscana si trasformò in un autentico laboratorio di innovazione istituzionale, economica e sociale, anticipando principi che sarebbero diventati patrimonio delle moderne democrazie occidentali.

La ricorrenza dei 240 anni offre dunque l’occasione per rileggere quella stagione riformatrice non come un semplice capitolo della storia, ma come una delle esperienze più avanzate dell’Europa illuminista. Un’eredità che continua a parlare al presente, richiamando il valore della giustizia, dei diritti umani e della capacità delle istituzioni di guidare il cambiamento attraverso le riforme. L’auspicio è che, sia a livello regionale sia nazionale, la Toscana e l’Italia celebrino adeguatamente questa ricorrenza, che segna l’inizio di una nuova concezione dello Stato: non più un’autorità suprema e punitiva che legittima la pena di morte, ma un’istituzione garante della vita e dei diritti fondamentali, orientata alla rieducazione e al reinserimento sociale delle persone condannate.

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