(Marco Ceccarini) Livorno, 21 gennaio 2026 – Nel prossimo mese di marzo, precisamente domenica 22 e lunedì 23 marzo, gli italiani saranno chiamati alle urne per confermare o respingere la riforma della giustizia approvata dal Parlamento nello scorso novembre. Il provvedimento riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e prevede l’istituzione di due Consigli superiori della Magistratura, Csm, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, oltre a un’Alta corte disciplinare per tutti i magistrati, con specifici criteri di nomina e di sorteggio.
Trattandosi di un referendum costituzionale, destinato a modificare il Titolo IV della Carta, non è previsto il quorum: la consultazione sarà valida indipendentemente dal numero dei votanti, a differenza di quanto accade nei referendum abrogativi.
Al di là degli aspetti tecnici, il referendum assume un chiaro significato politico. Da un lato la Destra punta a far entrare in vigore la riforma, dall’altro il Centrosinistra, pur con posizioni non sempre uniformi, tenta di bloccarla. La posta in gioco va dunque oltre il merito giuridico ed investe gli equilibri istituzionali.
Il referendum, di fatto, non riguarda tanto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, già estremamente rara nella pratica, quanto il ruolo e la struttura del Csm. La riforma ne prevede infatti lo sdoppiamento, trasformandolo in due organi distinti, nei quali i membri togati, espressione della Magistratura, sarebbero selezionati tramite sorteggio e quindi individuati con un sistema che non tiene conto del pluralismo della Magistratura e non assicura la selezione dei candidati in base alle capacità, mentre quelli di nomina politica continuerebbero ad essere designati dal Parlamento producendo un sicuro squilibrio a vantaggio della politica.
Ai due Csm si aggiungerebbe un’Alta corte disciplinare, anch’essa composta da magistrati sorteggiati e da membri di nomina politica. Tale organismo, peraltro, non sarebbe presieduto dal presidente della Repubblica, come accade oggi per il Csm unitario e come continuerebbe ad accadere per i due Csm separati, ma da uno dei suoi componenti di nomina parlamentare con il pericolo di produrre un organismo in qualche modo dipendente dal potere politico e maggiormente propenso ad emanare sanzioni a carico di quei magistrati che non si allineano alle volontà del potere.
Le asimmetrie che potrebbero prodursi con questa riforma — sorteggio per i magistrati e nomina per i rappresentanti politici, istituzione di un’Alta corte non presieduta dal capo dello Stato garante della Costituzione, ndr — costituiscono dei punti controversi che, in teoria, potrebbero comportare delle insidie o comunque delle prospettive indesiderate. Tali scelte vengono giustificate con la necessità di contrastare la politicizzazione della Magistratura e il peso delle correnti interne, ma rischiano di tradursi nell’esatto contrario indebolendo l’autogoverno dei giudici.
In altre parole l’idea di frammentare le funzioni oggi esercitate dal Csm, distribuendole fra due organismi diversi, tre con l’Alta corte, appare difficilmente spiegabile se non ipotizzando, paradossalmente, proprio la volontà di rafforzare la componente politica all’interno del sistema. Un rafforzamento che, qualora la riforma entrasse in vigore, sarebbe oggettivamente consistente.
In termini più generali la questione richiama un principio cardine dello Stato di diritto: la separazione dei poteri. A partire dalle elaborazioni teoriche di Montesquieu, fin dal Settecento, lo Stato moderno si fonda sulla distinzione tra potere legislativo affidato al Parlamento, potere esecutivo esercitato dal Governo e potere giudiziario attribuito alla Magistratura. Questo equilibrio serve ad evitare la concentrazione del potere ed a garantire la tutela delle libertà individuali.
Storicamente, uno dei tratti distintivi dei regimi autoritari è proprio la prevalenza di un potere sugli altri, in particolare dell’esecutivo sul legislativo e sul giudiziario. Non a caso, durante il Fascismo, la Magistratura italiana subì una pesante ingerenza da parte del regime.
Senza sostenere che l’attuale Governo rappresenta un pericolo per la democrazia o che vi siano rischi di un ritorno al passato, è legittimo tuttavia osservare che una riforma come quella approvata a novembre potrebbe aprire la strada, una volta in vigore, a un sistema più sbilanciato in cui il controllo politico sulla Magistratura verrebbe rafforzato. In questa prospettiva respingere la riforma non equivale ad evocare scenari estremi, non sarebbe un argine verso la deriva fascista, ma sarebbe un elemento di tutela dell’equilibrio democratico e della civiltà giuridica della Repubblica Italiana sorta dalla sconfitta del Nazifascismo in cui chi governa non può mai essere, nemmeno a tempo, il padrone del Paese.
