(Marco Ceccarini) Livorno, 30 maggio 2026 – Con la morte di Edgar Morin, avvenuta a Parigi ieri, venerdì 29 maggio, all’età di 104 anni, si chiude una delle più straordinarie vicende intellettuali del Novecento europeo. Filosofo, sociologo ed epistemologo, teorico del pensiero complesso, Morin ha attraversato un secolo segnato da guerre, ideologie e profonde trasformazioni culturali, lasciando un’eredità che continua ad influenzare studiosi e ricercatori in tutto il mondo.
Accanto alla figura del grande intellettuale francese, tuttavia, esiste una storia meno conosciuta e più personale: quella delle sue radici livornesi.
Nato a Parigi l’8 luglio 1921 con il nome di Edgar Nahoum, apparteneva a una famiglia ebraica sefardita che conservava da generazioni il ricordo di Livorno come luogo d’origine. Una memoria familiare che attraversava il Mediterraneo passando per la Grecia, dove a Salonicco i Nahoum si erano stabiliti nell’Ottocento insieme a molte altre famiglie provenienti dalla Toscana.
La sua identità era il risultato di molteplici appartenenze. Durante la Resistenza francese adottò il soprannome di Morin, nato quasi per caso da un equivoco tra partigiani e destinato a diventare il nome con cui sarebbe stato conosciuto in tutto il mondo. Lo stesso cognome Nahoum, raccontava, derivava da una modifica burocratica che ne aveva alterato la grafia originaria.
Non sorprende che proprio lui abbia fatto della complessità dell’identità uno dei temi centrali della propria riflessione. In un lungo colloquio autobiografico si definì “un ebreo non-ebreo e un non-ebreo ebreo”, descrivendo una condizione di appartenenza e distanza che avrebbe alimentato gran parte della sua ricerca.
Eppure, dietro questa pluralità di riferimenti, rimaneva una radice profonda: Livorno.
Morin ricordava spesso che suo padre Vidal considerava la città dei Quattro mori la vera culla della famiglia. Negli ultimi anni della sua vita aveva persino immaginato di trasferirvisi, diviso tra il richiamo delle origini e la prospettiva di stabilirsi in Costa Azzurra. Alla morte del padre confessò di aver rimpianto di non averne rispettato il desiderio simbolico di tornare, per la sepoltura, nella terra degli antenati.
“Sono molto fiero che i miei antenati, ebrei sefarditi, provengano da Livorno”, dichiarò in una delle sue interviste più note. In un’altra occasione arrivò a definirsi “orfano di questa Toscana dove avrei dovuto vivere, dove per poco non ho vissuto”.
Per Morin, Livorno era molto più di un riferimento genealogico. Rappresentava una storia familiare fatta di migrazioni, incontri e scambi culturali: gli stessi temi che avrebbero alimentato la sua elaborazione teorica. La Livorno evocata nei suoi ricordi era la città aperta del Mediterraneo, porto di commerci e culture, laboratorio di convivenza tra comunità diverse. Nella memoria dei Nahoum incarnava un’identità capace di essere al tempo stesso radicata e cosmopolita.
Questa esperienza familiare sembra riflettersi direttamente nelle sue idee. Per tutta la vita Morin si è opposto alle semplificazioni e alle appartenenze esclusive, sostenendo che la realtà è fatta di relazioni, connessioni e contraddizioni che non possono essere ridotte a schemi rigidi. Le identità, come le culture, non sono blocchi monolitici, ma organismi vivi, in continua trasformazione. La teoria del pensiero complesso nasceva infatti dalla convinzione che ogni fenomeno umano dovesse essere compreso tenendo insieme ciò che appare separato: individuo e società, locale e globale, tradizione e cambiamento, unità e diversità. In questa prospettiva, la vicenda dei Nahoum, con la loro erranza tra Italia, Grecia e Francia, non rappresenta solo una nota biografica, ma una possibile chiave di lettura della sua stessa opera.
Morin ha dedicato la vita a spiegare che la conoscenza non consiste nell’accumulare informazioni, ma nel saperle collegare, che una “testa ben fatta” vale più di una “testa ben piena”, che la frammentazione dei saperi impoverisce la comprensione del mondo e che nessuna identità può essere ridotta a una sola appartenenza.
Per questo la sua esperienza personale e la sua riflessione filosofica finiscono per intrecciarsi. Nella memoria di Livorno e delle origini mai dimenticate si ritrovano molti dei temi che attraversano la sua opera: il dialogo tra culture, il meticciato delle identità, la pluralità delle appartenenze e la necessità di coniugare radici ed apertura.
Un legame che la città ha voluto riconoscere ufficialmente il 19 novembre 2020 quando il Comune di Livorno gli conferì la cittadinanza onoraria. Il prestigioso riconoscimento gli fu assegnato in segno di ammirazione per il suo altissimo profilo intellettuale e per il legame storico e culturale che lo univa all’Europa e ai valori di apertura, convivenza e dialogo che da sempre caratterizzano la tradizione livornese.
Oggi, con la scomparsa di uno degli ultimi grandi intellettuali del Novecento, resta la forza di un pensiero che invita a guardare il mondo nella sua interezza. E resta quel filo sottile che, attraverso generazioni e migrazioni, continua a legare Edgar Morin alla città da cui provenivano i suoi antenati: una radice lontana ma mai recisa, capace di illuminare ancora oggi la vicenda umana ed intellettuale del filosofo e teorico della complessità.
