Suicidio assistito (foto libera da diritti tratta da Blister24.it)

(Redazione) Livorno, 25 marzo 2026 – Una donna toscana di 55 anni, affetta da sclerosi multipla e completamente paralizzata, è morta oggi nella sua abitazione dopo aver effettuato l’autosomministrazione di un farmaco letale tramite un dispositivo a comando oculare. Si tratta del primo caso in Italia in cui questa tecnologia è stata utilizzata per accedere al suicidio medicalmente assistito.
La donna, conosciuta con il nome di fantasia di Libera, era seguita dall’Associazione Coscioni ed è la quattordicesima persona in Italia ad aver ottenuto l’accesso alla procedura, la seconda in Toscana. Il dispositivo, sviluppato dal Cnr (consiglio nazionale delle ricerche, ndr) su mandato del Tribunale di Firenze, ha consentito di attivare l’infusione endovenosa del farmaco attraverso un sistema di puntamento oculare collegato a una pompa infusionale. Una soluzione resa necessaria dalla tetraparesi spastica che le impediva qualsiasi movimento.

Il percorso che ha portato a questo esito è stato lungo e complesso. La donna aveva ottenuto nel luglio 2024 il via libera dalla Asl Toscana Nord Ovest per l’accesso al suicidio assistito. Tuttavia, l’impossibilità di assumere autonomamente il farmaco aveva reso necessario un ricorso urgente al Tribunale fiorentino, coordinato dal collegio legale guidato dall’avvocata Filomena Gallo. Il nodo giuridico riguardava l’articolo 579 del Codice penale, relativo all’omicidio del consenziente, che avrebbe potuto configurarsi nel caso di somministrazione da parte di un medico.
La questione è stata quindi sottoposta alla Corte costituzionale, che nel luglio 2025 ha richiesto una verifica sull’esistenza di dispositivi idonei all’autosomministrazione. A seguito di ulteriori passaggi tecnici e giudiziari, nel novembre 2025 il Cnr ha ricevuto l’incarico di sviluppare il macchinario, collaudato e consegnato nel marzo 2026.

In una dichiarazione affidata all’Associazione intitolata a Luca Coscioni, la donna aveva espresso il desiderio che la sua vicenda potesse contribuire a semplificare il percorso per altri: “Spero che nessuno debba più aspettare due anni per esercitare un diritto che gli appartiene già. La mia battaglia è stata dura, ma se servirà ad aprire una strada avrà avuto senso”.

Dall’associazione, la Gallo e Marco Cappato hanno sottolineato come il caso rappresenti un passaggio importante: “Libera ha lottato non solo per sé, ma per tutte le persone nelle sue condizioni»” La famiglia ha chiesto il rispetto della privacy.

Non sono mancate le reazioni dal mondo cattolico. Monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha espresso “rammarico” per una scelta che, a suo avviso, evidenzia una difficoltà collettiva nell’affrontare la sofferenza, richiamando l’importanza delle cure palliative e degli strumenti già previsti dalla normativa vigente. Anche il cardinale Augusto Paolo Lojudice, presidente dei vescovi toscani, ha manifestato dolore per la vicenda, invitando al rispetto per la sofferenza individuale e sottolineando la necessità di non lasciare sole le persone più fragili.

Il caso riapre in ogni caso il dibattito sul fine vita in Italia, tra innovazione tecnologica, questioni giuridiche e interrogativi etici ancora aperti.

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